Quando amarsi non basta più

Separarsi mette in atto dinamiche diverse e pone stimoli di crescita personali e familiari

E così è successo anche a noi.
Anche a noi che stavamo insieme da una vita, anche a noi che ne abbiamo superate tante, anche a noi che sembravamo la coppia cui guardare per avere la speranza che l’amore potesse veramente essere eterno. A noi che la parola “separazione” se immessa nel sistema sembrava un ossimoro.

La frase che identifica il tema di questo mese, “l’amore è eterno, finché dura”, in realtà tocca solo uno degli aspetti di una separazione, ovvero i sentimenti. Ma quando i sentimenti ci sono, ma non bastano per tenere unita la coppia, che si fa?

Se c’è una cosa che ho imparato da figlia è che l’amore è fondamentale ma non basta, di per sé: amare una persona, essere a propria volta amati, non significa riuscire a gestire una quotidianità fatta anche di bagagli personali che arrivano a pesare come macigni; bagagli in cui negli anni si sono stipate insicurezze, carattere, fatti contingenti, modi di vedere la vita, esperienze familiari pregresse.

Ognuno di noi ha le sue reazioni, i propri salvagenti, le proprie disfunzionalità. A volte si riesce a fare in modo che, messe in comune con quelle dell’altro, si trovi un equilibrio. A volte no. A volte si pensa di esserci riusciti, finché uno dei due si accorge che anche no.
Una volta aperto il vaso di Pandora, è difficile far finta che tutto sia come prima. Difficile e dannoso per tutti, figli compresi.

Così è successo anche a noi.
Che puoi chiamarla “pausa di riflessione”, ma la sostanza è che ci siamo separati fisicamente, che non viviamo più nella stessa casa, che abbiamo messo un ammortizzatore a una quotidianità che forse non era “sana” da un po’.

E no, non ci sono altri. E no, non proviamo rancore. E no, stare insieme è sempre piacevole. E no, siamo concordi come sempre su tutto ciò che riguarda i nostri figli.
Spiegare una separazione di questo tipo è difficile: siamo abituati a pensare a separazioni con i coltelli, con litigi furibondi, con ripicche, con tradimenti, con il “se vai via non tornare mai più”.

È difficile spiegare che tra tutte le emozioni che ho provato in questo periodo ci siano state sì tristezza e senz’altro uno strisciante senso di inadeguatezza, ma non ci sia mai stata la rabbia e paradossalmente sia arrivato anche lo stimolo per un miglioramento personale che nella coppia che eravamo non avrebbe trovato lo spazio giusto.

La verità è che i problemi di coppia nascono spesso (secondo me quasi sempre, a dirla tutta) da problemi personali, da cose “non sane” di noi stessi che ci siamo portati dietro e abbiamo immesso con naturalezza nella dualità di un rapporto. Che, come tutti, anche noi più o meno inconsciamente ci siamo detti che l’amore poteva vincere ogni cosa, salvo scoprire che a conti fatti non è così. È stato difficile da accettare, non lo nego, ma guardandomi dentro quel seme ce lo avevo anche io.

Una delle reazioni tipiche delle persone cui ho accennato qualcosa, in questi mesi, è stata: ma come, proprio adesso che sei dimagrita tanto, che stai benissimo?
Eh, sì, proprio adesso. Come e se questo possa aver influito, quali siano i margini di questo cambiamento, non lo abbiamo ancora capito. Ma se c’è una cosa di cui posso essere sicura è che l’aspetto esteriore, nel mio matrimonio, non ha mai contato nulla: mio marito mi è stato accanto, amandomi, quando pesavo il doppio di ora; mi è stato accanto quando negli anni sono dimagrita e poi ingrassata di nuovo (perché se il cibo “passa dalla testa” e non dallo stomaco la strada è quella), gioendo non per un corpo “più bello” ma per me e non dandomi mai per scontata. Né io né lui ci siamo mai dati per scontati, né siamo stati insieme per soddisfare un bisogno (di accettazione mio, di dominio suo), semmai abbiamo assecondato delle tendenze caratteriali, che hanno limitato entrambi. Il fatto che sia successo adesso è una mera casualità temporale: i problemi che ci hanno portato alla separazione c’erano da molto tempo, solo che non sapevamo vederli.

Così ora siamo separati, a lavorare ognuno su se stesso per capirci e migliorarci. Se poi questa evoluzione porterà alla possibilità di riunire i pezzi non ci è dato di saperlo, ma non lo abbiamo escluso. Porcelo come obiettivo limiterebbe il tutto.

Ci resta da sperimentare una quotidianità diversa, una crescita personale in solitaria, impegnativa senza dubbio per chi come noi ha passato con l’altro quasi i due terzi della sua vita. Del resto sono, siamo, sempre stata convinta che si cresce e si cambia per se stessi: se dai ad un altro la responsabilità di essere il motivo del tuo cambiamento, non può venirne nulla di buono: non sentirai mai del tutto “tuoi” i progressi e finirai per colpevolizzare l’altro per gli “insuccessi”, inevitabilmente.

L’evoluzione in fondo è sempre un percorso personale, si può solo condividerne il risultato, una volta raggiunto e mantenuto.

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