Stelle: la mia parola dell’anno

La parola dell’anno è quella parola che racconta il nostro attuale e ci indirizza lungo il percorso che abbiamo davanti

All’inizio dello scorso anno non lo avevo reso ufficiale, ma sapevo già che la mia vita sarebbe cambiata, nella forma come nella sostanza.
Mi aspettava, a breve, un allontanamento e conseguentemente una separazione.
Era qualcosa che non avevo mai neanche preso in considerazione.

Ed ovviamente mi focalizzai sull’aspetto sbagliato, dando al 2018 la parola che pensavo, entusiasticamente e positivamente, meglio potesse rappresentarlo: cambiamento.

Ho scoperto, pagando la scoperta calde lacrime, troppe sigarette, molti caffè e poche ore di sonno, che quella parola così ottimistica in valore assoluto, aveva, nella quotidiana realtà fatta di passi e ore da mettere insieme, un sottofondo di difficoltà e dolore talmente permeante da annullarmi.

Che, per quanto io potessi avere un atteggiamento positivo, per riuscire a dormire dovevo arrivare nel letto con la certezza matematica di addormentarmi in tempo reale, altrimenti non ci sarei riuscita mai.  Che per mangiare mi serviva una motivazione che non riuscivo a trovare. Che tutto era difficoltà.
Quattro mesi di buio, fatica, senso di inadeguatezza, di perdita, di lutto. Un buco nero che assorbiva tutto.

Ho incontrato la vera parola chiave di questo anno difficile, verso giugno. Ho deciso che avevo bisogno di farla mia in maniera permanente ad agosto, quando me la sono tatuata addosso in una calda serata di mercatino.

Era una parola perfetta, sembrava essere stata inventata per raccontare la me stessa che aveva appena iniziato a sorridere di nuovo: resilienza.
La capacità di un materiale di assorbire gli urti, di resistere nonostante le aggressioni esterne. La capacità psicologica di superare un trauma. Il tener botta, insomma.

Non che da allora tutto sia stato più facile, anzi.

C’è stato un periodo molto bello, quello in cui scoperta faceva rima con possibilità. Poi c’è stato un periodo di grande confusione, poi ancora un altro bagno di cruda realtà.
Questo anno nuovo è iniziato proprio così, tra le mille riflessioni sul mio percorso che ho scoperto di aver bisogno di condividere.

Un altro punto di partenza, con una bella spinta all’analisi di parti di me che è decisamente arrivata l’ora di affrontare e con un bel po’ di amarezza per definizioni che non mi rappresentano affatto e che mi sono state calate addosso con troppa leggerezza.
Mille e mille interrogativi, milioni di parole, condivise o meno, qualche lacrima. E su tutto, la resilienza.

Per questo ci ho messo tanto a capire quale potesse essere la parola chiave di questo nuovo anno. Non volevo essere precipitosa. Leggendo l’interessantissimo articolo della nostra psicologa Tiziana, mi sono resa conto che le tre parole che avevo individuato erano troppo “ragionate”, erano intenti coscienti, scopi. Specchi di ciò che volevo e di ciò che mi sta accadendo, troppo legate all’oggi.

Così è arrivata lei, in una delle mie interminabili serate di introspezione, tra una sigaretta, un caffè, il freddo sul balcone (luogo di tutti i miei dialoghi silenziosi, quelli che poi diventano riflessioni su Instagram). È arrivata e ho capito che era lei: stelle.

Una parola che non mi era appartenuta mai: il buio, la notte, erano un male necessario per me, non un luogo amico. Erano quasi trent’anni che non alzavo gli occhi al cielo, me ne sono resa conto l’estate scorsa.

Stelle, perché da loro è iniziato il mio percorso, in fondo.
Stelle, perché mi emozionano. Di un’emozione bambina e pura, un po’ malinconica e positiva al tempo stesso.
Stelle, perché sanno darti una direzione e un orientamento, se le leggi nel modo giusto. Sia nel reale che nel pensiero.
Stelle, perché illuminano l’indefinito del cielo notturno; tolgono l’oppressione, la paura, riempiono l’infinito.
Stelle, perché brillano di luce propria. Non hanno bisogno di altro che di essere loro stesse per farlo, come in fondo sto cercando di fare io.
Stelle, perché sono tante; ognuna col suo posto disegnano il cielo, in un rapporto che non è necessità ma non è neanche casualità. Un po’ lo specchio dei rapporti umani.

Le cerco, tutte le notti. Subito prima di andare a dormire, già in pigiama e con la giacca, esco e le cerco, le guardo, lascio che il cuore si riempia, che si plachino i pensieri, e, silenziosamente, mi faccio abbracciare dalla notte. E scivolo, serena, nel sonno.
Non poteva che essere questa, la mia parola dell’anno. Volutamente al plurale, perché, sì, ognuno deve avere e trovare il proprio senso per sé, ma è tutti insieme che si costruisce la bellezza e si raggiunge l’armonia. Ed è meraviglioso, quando accade.

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