Riflettevo su una cosa, ieri.

Sabato ci abbiamo messo tre ore (TRE ORE) per tornare a casa dal mare (ovvio che la prossima volta col cavolo andremo al mare di sabato) e ho avuto tutto il tempo di pensare al perché eravamo in fila.

Non c’erano incidenti, solo dei lavori in corso.
In una paese civile questo vorrebbe dire un po’ di coda, non quel delirio assoluto di macchine in cui siamo finiti. Ma la Costa d’Avorio non è un paese civile, in questo: tutti si sentono più furbi degli altri e non fanno la coda, ma ne creano bensì una parallela. Immaginatevi che effetto ottenete se siete su una strada ad alta percorrenza con una carreggiata unica per entrambi i sensi di marcia. Lo avevo detto, no? Un delirio.

E riflettevo su come tutto questo sia istintivo, su quanto sia una legge o un “binario” a far sì che l’io sia vinto da un noi collettivo, che senza tutto questo vigerebbe l’anarchia più totale, l’egoismo più completo.

Che vedere questo formicaio di persone, in macchine calde e vecchie, che si affannano a dimostrare che il loro impegno è più urgente e importante del tuo, che il loro percorso è più veloce del tuo, che loro sono più furbi di te… è triste.

Questo pensare la vita come il dover dimostrare a tutti i costi non tanto di essere il migliore in qualcosa, quanto di essere il più furbo, sia umiliante e forviante nel cammino dello sviluppo umano.

Il primo pensiero che ti viene è che sia un problema di sviluppo sociale, che sia una caratteristica di questo posto.
Poi ti ricordi di chi, in quella che è stata casa tua per i primi 35 anni della tua vita e che si appresta a tornarlo, ti sorpasserebbe anche sotto (se appena ci riuscisse); ti ricordi delle ragazze che smignotteggiavano in facoltà, ti ricordi del clientelismo, della raccomandazione come stile di vita, della scorciatoia quasi legalizzata e l’importante è non farsi beccare.

E improvvisamente scopri, con amarezza, che tutto il mondo è paese e che cambiano solo palcoscenico e attori, ma il copione è sempre quello.